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Scendere dal treno dei pensieri

di Fabrizio Pallotti

Un messaggio che resta senza risposta. Una frase detta di sfuggita da un collega. Un pensiero sul futuro che arriva mentre stiamo per dormire. Bastano pochi secondi e la giornata cambia colore: saliamo su un treno di pensieri ed emozioni che ci porta lontano, e ce ne accorgiamo solo molto dopo.

Questo meccanismo ha un nome antico. La tradizione di Nālandā lo descrive come la mente afflitta: un pensiero impregnato di attaccamento, avversione, orgoglio e paura, che trasforma un piccolo fatto in confusione e sofferenza. Oggi la ricerca scientifica, per un’altra strada, sta descrivendo lo stesso movimento.

Una mente che non conosciamo

Nel 2010 due psicologi di Harvard, Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert, hanno chiesto a circa 2.250 persone, tramite smartphone e in momenti casuali della giornata, che cosa stessero facendo, a cosa stessero pensando e quanto fossero felici. Il risultato, pubblicato su Science: per il 46,9% del tempo da svegli la mente è altrove rispetto a ciò che stiamo facendo, e quanto spesso vaga predice la nostra felicità meglio dell’attività che svolgiamo.

Daniel Gilbert e Timothy Wilson hanno mostrato anche che sbagliamo con regolarità a prevedere come ci faranno sentire gli eventi futuri: sopravvalutiamo quanto ci renderanno felici le cose che desideriamo e quanto ci feriranno quelle che temiamo. Inseguiamo la felicità seguendo una mappa sbagliata.

È ciò che ripeto spesso nei miei ritiri e insegnamenti: nessuno ci ha mai insegnato a guardare la mente che pensa. Siamo abituati a seguire i pensieri come se fossero l’unica realtà, e così diventiamo quel pensiero, quella paura, quel desiderio.

Dal pensiero alla radice

I maestri indiani descrivono una catena precisa. La sofferenza viene dalle afflizioni mentali; le afflizioni nascono dalla concettualizzazione; la concettualizzazione nasce dalla concezione di un sé solido e indipendente. Ogni anello oggi ha un corrispettivo nella ricerca.

Le afflizioni guidano il pensiero. Gli studi di Susan Nolen-Hoeksema a Yale mostrano che tornare e ritornare con il pensiero su ciò che ci turba prolunga il malessere. E a UCLA Matthew Lieberman ha osservato che dare un nome all’emozione che si prova (“questa è rabbia”) riduce l’attività dell’amigdala, il centro d’allarme del cervello. Riconoscere l’afflizione mentre sorge è il primo gesto dell’igiene emotiva, e ha un effetto misurabile.

Il pensiero preso per realtà. La psicologia chiama “decentramento” la capacità di vedere un pensiero come un evento della mente: accorgersene, smettere di identificarsi, reagire meno. Richard Davidson e i colleghi del Center for Healthy Minds dell’Università del Wisconsin vanno oltre e descrivono la “reificazione”: vivere i pensieri come copie esatte della realtà e credere, senza accorgersene, che il sé e le cose siano duraturi, unitari e indipendenti. È una descrizione molto vicina a ciò che Nāgārjuna e Candrakīrti chiamano afferrarsi all’esistenza intrinseca.

Un’identità rigida da difendere. La psicologa Jennifer Crocker ha mostrato che quando facciamo dipendere il nostro valore dall’approvazione, dall’aspetto o dal successo diventiamo più vulnerabili a ogni critica; e che chi vive per difendere la propria immagine si sente più isolato e inquieto, mentre chi agisce per il bene degli altri si sente calmo e connesso. Michaël Dambrun e Matthieu Ricard propongono che un sé vissuto come solido produca una felicità fluttuante, fatta di alti e bassi, e un sé aperto e connesso una felicità più stabile.

Gli insegnamenti di Nālandā su come si educa il pensiero alla realtà dicono che quell'”io” che desidera, che vuole lode e teme il biasimo, non esiste nel modo in cui appare. Riconoscendo questo, l’oggetto concepito da quell’afflizione e afferrato come realtà scompare, e con esso anche il soggetto che lo concepisce. Da qui nasce la libertà.

Educare il pensiero

La notizia più importante è che la mente si può allenare. Nel 2013 il gruppo di Davidson ha insegnato a un gruppo di adulti la meditazione di compassione, trenta minuti al giorno per due settimane: alla fine erano più generosi con uno sconosciuto, e le aree del cervello che regolano le emozioni rispondevano in modo diverso. Barbara Fredrickson ha osservato che chi pratica la meditazione di amore-gentilezza vede crescere giorno dopo giorno le emozioni positive, e con loro risorse personali che rendono la vita più soddisfacente. Gli effetti sono reali e, come mostrano le rassegne più rigorose, graduali: un allenamento, da coltivare con continuità.

Educare il pensiero è un lungo percorso che porta alla liberazione, e i suoi frutti si vedono fin dai primi passi. Gli studenti che seguono questo cammino raccontano di affrontare i problemi di ogni giorno in modo più costruttivo, con meno preoccupazione, più intelligenza e meno attaccamento; e notano che il cambiamento nel loro modo di pensare raggiunge anche le persone che hanno intorno. Le afflizioni non hanno corpo né forma: sono abitudini, e un’abitudine si può cambiare.

Il ritiro di novembre

Educazione del Pensiero e Igiene Emotiva — quinto ritiro 2026: Integrare la vacuità e l’origine dipendente nella pratica del Lam Rim.

Per prepararci al ritiro, giovedì 19 novembre alle 20 ci incontriamo in una diretta online gratuita. Vedremo come il pensiero afflitto genera confusione e sofferenza, come risalire alla sua radice, e faremo insieme una breve meditazione per riconoscere un’afflizione nel momento in cui sorge.


Fonti: Killingsworth e Gilbert, Science 2010 · Wilson e Gilbert, Current Directions in Psychological Science 2005 · Nolen-Hoeksema; Michl et al. 2013 · Lieberman et al., Psychological Science 2007 · Bernstein et al., Perspectives on Psychological Science 2015 · Dahl, Lutz e Davidson, Trends in Cognitive Sciences 2015 · Crocker e Park, Psychological Bulletin 2004; Crocker e Canevello 2008 · Dambrun e Ricard, Review of General Psychology 2011 · Weng et al., Psychological Science 2013 · Fredrickson et al., Journal of Personality and Social Psychology 2008 · Goyal et al., JAMA Internal Medicine 2014.

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